
GEO sta per Generative Engine Optimization: l’insieme delle scelte che rendono una pagina citabile dai sistemi che rispondono con un testo invece che con un elenco di link — le AI Overviews e l’AI Mode di Google, ChatGPT, Claude, Perplexity. Non sostituisce la SEO. Per la quasi totalità del lavoro è la SEO, e la documentazione di Google lo scrive senza giri di parole.
Questa pagina serve a separare le tre cose che di solito vengono vendute insieme: quello che è davvero cambiato (poco, ma preciso), quello che non è cambiato affatto, e quello che oggi si può misurare — che è la parte dove le sorprese sono di più. Alla fine c’è una sequenza di otto cose da fare su un sito WordPress, in ordine di rapporto fra risultato e fatica.
Una nota sulle fonti. Qui dentro non c’è niente di sentito dire: solo fonti primarie — la documentazione ufficiale di Google, OpenAI, Anthropic, Perplexity, Microsoft e Cloudflare, più il paper accademico che ha coniato il termine. Le ho riaperte e verificate una per una il 28 agosto 2026. È una materia che cambia in fretta: se stai leggendo molto dopo quella data, i link nel testo portano tutti alla fonte, e conviene aprirli invece di fidarti di me.
Cos’è la Generative Engine Optimization
Un motore di ricerca classico restituisce una lista e ti lascia scegliere. Un motore generativo legge un certo numero di fonti e scrive una risposta, citandone qualcuna. La differenza che conta per chi pubblica è tutta qui: nel primo caso l’obiettivo è essere in lista, nel secondo è essere la fonte che finisce dentro la risposta. È una posizione diversa da occupare, non una tecnologia diversa da inseguire.
Da dove viene il termine
«Generative Engine Optimization» non è un’invenzione di marketing: nasce in un paper accademico, GEO: Generative Engine Optimization di Aggarwal, Murahari, Rajpurohit, Kalyan, Narasimhan e Deshpande, depositato su arXiv il 16 novembre 2023 e presentato a KDD 2024. Gli autori hanno costruito un banco di prova di 10.000 query (GEO-bench) e hanno misurato quanto la visibilità di una fonte dentro una risposta generata cambiasse applicando nove modifiche diverse al testo.
I risultati sono la cosa più interessante del paper, perché due sono controintuitivi:
- Aggiungere citazioni testuali di fonti autorevoli è la modifica che ha reso di più: circa +41% sulla metrica principale rispetto al testo di partenza.
- Aggiungere statistiche e citare le fonti seguono subito dopo, con guadagni dello stesso ordine.
- Il keyword stuffing peggiora il risultato. Nel test finisce sotto il testo non ottimizzato. È la tecnica che per vent’anni è stata l’abuso tipico della SEO, e sui motori generativi non solo non funziona: fa danno.
- Le modifiche puramente stilistiche — rendere il testo più fluido, usare parole più rare, aggiungere termini tecnici — si muovono di pochissimo.
Un caveat che quasi nessuno cita insieme al «+40%», e senza il quale il numero è fuorviante: quegli esperimenti sono stati fatti nel 2023 su GPT-3.5-turbo alimentato con i primi cinque risultati di Google. I modelli e i sistemi di recupero di oggi sono un’altra cosa. Il paper resta prezioso per la direzione che indica — la prova, il dato, la fonte verificabile vincono sulla ripetizione della keyword — non come tariffario di percentuali da promettere a un cliente.
GEO, AEO, LLMO, AI SEO: quale sigla usare
Nessuna, se il tempo è poco. Nell’ultimo paio d’anni sono circolate almeno quattro etichette per la stessa cosa — Generative Engine Optimization, Answer Engine Optimization, Large Language Model Optimization, AI SEO — e nessuna di loro corrisponde a un mestiere separato o a un pannello di controllo diverso. Uso «GEO» in questa pagina perché è il termine che ha una definizione tracciabile e una data di nascita, non perché sia più giusto degli altri. La domanda utile non è quale acronimo adottare: è quali decisioni concrete cambiano, e sono meno di quante sembri.
GEO vs SEO: cosa cambia e cosa no
Il modo più rapido per capire il rapporto fra le due è metterle in colonna. Non sono avversarie: la seconda colonna è un sottoinsieme della prima con tre voci in più.
| SEO classica | GEO | |
|---|---|---|
| Obiettivo | Comparire fra i risultati e ottenere il clic | Essere la fonte usata e citata nella risposta |
| Unità che si ottimizza | La pagina | Il passaggio: il paragrafo che risponde da solo |
| Requisito d’ingresso | Essere indicizzato | Essere indicizzato e mostrabile con snippet |
| Cosa premia | Pertinenza, autorevolezza, esperienza d’uso | Le stesse cose, più prove verificabili e struttura esplicita |
| Come si misura | Impression, clic, CTR, posizione | Impression su Google, citazioni su Bing, quasi nulla altrove |
| Chi controlla l’accesso | Un crawler solo, e un robots.txt | Una decina di bot con scopi diversi, più il livello CDN |
La parte che è identica
Contenuto che dice qualcosa che non si trova ovunque, titoli che descrivono cosa c’è sotto, una struttura leggibile, un sito che si carica e che si può scansionare. Se questa parte non c’è, non c’è nessun trucco per motori generativi che la sostituisca — perché è la stessa base che serve per essere indicizzati, e senza indicizzazione non si entra nemmeno in gara. Il pezzo pratico è già scritto nella checklist SEO on-page per WordPress: quei quindici controlli sono anche il novanta per cento del lavoro di GEO.
La parte che è diversa davvero
- Si scrive per essere estratti, non solo per essere letti. Un paragrafo che comincia con «come abbiamo visto sopra» è inutilizzabile fuori contesto, e un motore generativo lo scarta senza rancore.
-
L’accesso è una decisione, non un dato di fatto. Su Google c’era un crawler e una riga di
robots.txt. Oggi ci sono bot che addestrano, bot che indicizzano per la ricerca e bot che aprono una pagina perché un utente l’ha chiesto in quel momento — e non si bloccano insieme. - La misurazione è parziale e va costruita. Nessuno dei tre punti sopra ha un rapporto che dice quanto hai guadagnato. Ci arriviamo.
Cosa dice Google, per iscritto
Su questo argomento circola più opinione che documentazione, il che è curioso, perché la documentazione esiste, è pubblica, ed è stata aggiornata di recente. Google ha due pagine dedicate: una sulle funzionalità AI e i siti web, aggiornata il 10 dicembre 2025, e una guida esplicita all’ottimizzazione per le funzionalità generative, aggiornata il 10 luglio 2026. Vale la pena leggerle prima di comprare qualsiasi cosa.
«Nessuna ottimizzazione speciale è necessaria»
La frase, nella documentazione sulle funzionalità AI, è questa: «There are no additional requirements to appear in AI Overviews or AI Mode, nor other special optimizations necessary». Non ci sono requisiti aggiuntivi per comparire nelle AI Overviews o in AI Mode, né ottimizzazioni speciali necessarie.
Il requisito tecnico, invece, è uno solo ed è netto: «To be eligible to be shown as a supporting link in AI Overviews or AI Mode, a page must be indexed and eligible to be shown in Google Search with a snippet». La pagina dev’essere indicizzata e ammessa a mostrare uno snippet. La seconda metà di quella frase è la più trascurata, e ha una conseguenza operativa immediata: chi ha messo nosnippet o un max-snippet stretto su una sezione del sito si è tolto da solo dalle risposte generate, e probabilmente non l’ha mai collegato.
Cosa Google dice esplicitamente che non serve
La guida all’ottimizzazione per le funzionalità AI generative è insolitamente diretta nell’elencare cosa non va fatto, e ogni voce corrisponde a qualcosa che qualcuno sta vendendo:
-
File speciali per l’AI. Non servono «new machine readable files, AI text files, markup, or Markdown». Su
llms.txtGoogle è ancora più esplicito: «Google Search itself doesn’t use them». Ci torniamo, perché la storia non finisce qui. - Dati strutturati dedicati. «Structured data isn’t required for generative AI search, and there’s no special schema.org markup you need to add». I dati strutturati continuano ad avere senso per altri motivi — ne ho scritto in quale schema.org serve davvero su un sito WordPress — ma non sono la leva per farsi citare.
- Spezzettare il contenuto. «There’s no requirement to break your content into tiny pieces». Il «chunking» come pratica editoriale è un fraintendimento di come funziona il recupero.
- Rincorrere la coda lunga. «You don’t have to worry that you don’t have enough “long-tail” keywords».
Cosa Google dice che serve
La lista positiva è breve e suona familiare: contenuto «unique, compelling, and useful», con un punto di vista proprio, non di seconda mano; organizzato «by paragraphs and sections, along with headings»; immagini e video quando servono davvero; e il sito dev’essere scansionabile, perché i modelli lavorano su contenuto pubblicamente accessibile.
Se sembra la stessa lista di dieci anni fa è perché in gran parte lo è. La differenza è che la voce «punto di vista proprio» ha smesso di essere un consiglio di stile: quando la risposta viene sintetizzata da più fonti, quello che è identico ovunque non ha motivo di essere citato da te invece che da un altro. È la stessa direzione che Google aveva già preso con gli aggiornamenti sui contenuti utili, e non è un caso: la ricerca generativa non ha cambiato il criterio di qualità, ha alzato il costo di non averlo.
C’è un corollario che riguarda chiunque stia valutando di far generare il sito a uno strumento automatico. Un sito prodotto interamente da un generatore di siti con l’AI è, per costruzione, contenuto di seconda mano: plausibile, corretto, e identico a quello di altri mille. È esattamente la definizione di ciò che un motore generativo non ha nessun motivo di citare — il che non è un argomento contro quegli strumenti, ma contro l’idea di fermarsi a quello che producono.
Il query fan-out, che è l’unica cosa che cambia il ragionamento
C’è però un meccanismo descritto nella documentazione che merita attenzione, perché rompe il modo di ragionare per keyword. Google lo chiama query fan-out: davanti a una domanda, il sistema non fa una ricerca, ne fa molte — «issuing multiple related searches across subtopics and data sources» — e poi compone la risposta con quello che ha trovato.
La conseguenza pratica è che la tua pagina può entrare in una risposta a una domanda che non hai mai preso di mira, se copre bene un sotto-argomento di quella domanda. Ottimizzare per «la query» perde significato; coprire davvero i pezzi di un argomento ne acquista. È anche la ragione per cui Google scrive che questo meccanismo apre spazio a siti che prima non lo avevano.
I crawler dell’AI: chi sono e cosa puoi decidere
Qui sta il cambiamento operativo più grosso, ed è quello di cui si parla meno. Fino a poco tempo fa la domanda «chi può leggere il mio sito» aveva una risposta sola e una riga di robots.txt. Oggi i bot che contano sono una decina, hanno scopi diversi fra loro, e trattarli come un blocco unico porta a due errori opposti: lasciare passare tutto senza saperlo, o chiudere la porta anche a chi ti porterebbe visite.
La distinzione che serve tenere è a tre livelli: addestramento (il contenuto entra in un modello), ricerca (il contenuto viene indicizzato per essere citato nelle risposte) e visita su richiesta dell’utente (qualcuno ha incollato il tuo indirizzo in una chat e il sistema apre la pagina in quel momento). Sono decisioni indipendenti.
| Bot | Di chi è | A cosa serve | Rispetta robots.txt |
|---|---|---|---|
Googlebot | Ricerca — e da qui passano anche AI Overviews e AI Mode | Sì | |
Google-Extended | Addestramento dei modelli Gemini e grounding delle app Gemini | Sì | |
OAI-SearchBot | OpenAI | Ricerca dentro ChatGPT | Sì |
GPTBot | OpenAI | Addestramento dei modelli | Sì |
ChatGPT-User | OpenAI | Visita su richiesta dell’utente | No — «robots.txt rules may not apply» |
Claude-SearchBot | Anthropic | Qualità dei risultati di ricerca | Sì |
ClaudeBot | Anthropic | Addestramento dei modelli | Sì |
Claude-User | Anthropic | Visita su richiesta dell’utente | Sì |
PerplexityBot | Perplexity | Ricerca — «not used to crawl content for AI foundation models» | Sì |
Perplexity-User | Perplexity | Visita su richiesta dell’utente | No — «generally ignores robots.txt rules» |
Gli elenchi ufficiali sono mantenuti da chi possiede i bot — Google, OpenAI, Anthropic, Perplexity — e cambiano. Conviene guardare lì invece che copiare un robots.txt trovato in un forum: gli elenchi che girano contengono ancora nomi di bot ritirati e, peggio, ne mancano di nuovi.
L’errore che si paga più caro
È questo: bloccare il bot di ricerca credendo di bloccare quello di addestramento. Chi non vuole che il proprio contenuto finisca in un modello mette Disallow su tutto quello che sembra AI, e con lo stesso gesto toglie OAI-SearchBot e PerplexityBot. Risultato: il contenuto resta comunque nei modelli già addestrati, e in più il sito sparisce dalle risposte con link di ChatGPT e Perplexity. Si è pagato il prezzo senza incassare il beneficio.
Lo stesso errore, rovesciato, riguarda Google. Google-Extended viene spesso presentato come «il modo di uscire dalle AI Overviews». Non lo è. La documentazione dice che serve a gestire l’uso del contenuto per «training future generations of Gemini models» e per il grounding delle app Gemini, e aggiunge una frase che chiude il discorso: «Google-Extended does not impact a site’s inclusion in Google Search nor is it used as a ranking signal in Google Search». Siccome AI Overviews e AI Mode fanno parte di Google Search, quel token non ti toglie da lì.
Il comando che invece funziona, e sta in Search Console
Per uscire dalle funzionalità generative di Google esiste un controllo dedicato, e non è un meta tag: è un’impostazione, in Search Console → Impostazioni → Search generative AI. Le opzioni sono includere il sito (predefinita) o escluderlo, e riguardano AI Overviews, AI Mode e le funzionalità generative di Discover.
Due precisazioni della documentazione, entrambe importanti. La prima: «This control only affects whether your content can appear in certain Search generative AI features; this control isn’t used as a ranking or inclusion signal affecting other parts of Search». Escludersi da lì non è una penalizzazione e non tocca il resto della ricerca. La seconda: non riguarda l’addestramento — per quello resta Google-Extended. Al momento il controllo sta arrivando a un sottoinsieme di proprietà, quindi può darsi che nel tuo pannello non ci sia ancora.
Se il sito è dietro Cloudflare, guarda le impostazioni prima del 15 settembre
Questa è la voce con la scadenza più vicina di tutto l’articolo. Il 1° luglio 2025 Cloudflare ha annunciato di «changing the default to block AI crawlers unless they pay creators for their content», e ha poi definito i termini precisi: dal 15 settembre 2026, per i domini nuovi che entrano su Cloudflare, le categorie Training e Agent sono bloccate per impostazione predefinita sulle pagine che mostrano pubblicità, mentre Search resta permessa.
Le tre categorie sono definite per comportamento, non per azienda: Search è «any behavior that collects or indexes your content, so it can answer questions about it later», Agent è l’automazione che agisce in tempo reale per conto di una persona, Training è la raccolta per addestrare o rifinire un modello. Un bot che fa più cose insieme ricade nella regola più restrittiva fra quelle applicabili.
Per i clienti esistenti non cambia niente in automatico, ma è esattamente il tipo di impostazione che si scopre sei mesi dopo, quando ci si chiede perché il sito non compare da nessuna parte. Vale una passata alle impostazioni di sicurezza adesso, che costa cinque minuti.
llms.txt: cos’è, e perché forse ce l’hai già
llms.txt è un file di testo in Markdown, nella radice del sito, che elenca le pagine più importanti con una riga di descrizione ciascuna. L’idea è dare a un modello una mappa compatta invece di costringerlo ad attraversare menu, banner e widget. È la stessa idea di quello che una sitemap HTML fa per chi legge, rivolta a un lettore diverso. È una proposta, non uno standard: l’ha pubblicata Jeremy Howard il 3 settembre 2024, e ad agosto 2026 è arrivata alla versione 2.
Sulla sua utilità reale la posizione di Google, come si è visto, è netta: «Google Search itself doesn’t use them». Nessuno degli altri operatori ne ha fatto un requisito. Quindi la risposta breve alla domanda «mi serve un llms.txt?» è: non come strategia.
La risposta lunga: probabilmente il tuo sito ne pubblica già uno
Ed è la parte che vale la pena leggere, perché qui il rischio non è di non avere il file: è di averne uno che dice cose sbagliate al posto tuo. Rank Math, che è il plugin SEO installato su questo sito e su qualche milione di altri, ha un modulo LLMS Txt che genera il file dinamicamente. Si sceglie quali tipi di contenuto e quali tassonomie includere, si imposta un limite (il valore predefinito è 100 elementi), e il plugin costruisce l’elenco con titolo, URL e una breve descrizione presa dal testo. I contenuti in noindex restano fuori.
Sembra comodo, ed è dove è cominciato l’unico contributo originale di questo articolo: sono andato a leggere quello del mio sito. Non l’avevo mai aperto.
Cosa ho trovato nel mio
Il file c’era: 33 articoli, 11 pagine, 9 categorie. E la riga dedicata a questa stessa pagina, quella che sto scrivendo, era la seguente — riporto testualmente:
- [GEO vs SEO: differenze, vantaggi e strategie combinate per il successo digitale](https://www.alessandroaili.it/blog/seo/geo-vs-seo/): Esempio di snippet che unisce GEO vs SEO:
Quarantuno caratteri, una frase che finisce con i due punti e non introduce niente. Nell’articolo vecchio quella riga stava a metà pagina e serviva ad annunciare un blocco di codice: staccata dal codice, non significa più nulla. Per mesi la descrizione che il mio sito offriva ai modelli, per la sua pagina sull’ottimizzazione per i modelli, è stata una frase troncata.
Guardando il resto del file lo schema era chiaro, ed è il tipo di problema che nessuno nota perché nessuno apre quel file:
- Gli articoli scritti di recente, per i quali avevo compilato l’estratto, avevano descrizioni sensate: un paragrafo di apertura che dice davvero di cosa parla la pagina.
- Quelli più vecchi avevano frammenti presi a caso dal corpo — una frase di CTA in un caso, un esempio a metà ragionamento in un altro.
- Le nove categorie e tre pagine, fra cui i contatti, comparivano senza nessuna descrizione: solo titolo e indirizzo.
- Le pagine dei servizi avevano descrizioni da 1.500-1.900 caratteri, che iniziavano con le domande delle FAQ attaccate alla risposta senza nemmeno uno spazio.
La morale non è «disattivate il modulo». È che un file generato automaticamente eredita la qualità di quello che gli dai in pasto, e nel caso di WordPress quello che gli dai in pasto è il campo Estratto, che quasi nessuno compila. Il costo di sistemarlo è basso e il beneficio è certo su un punto almeno: quella descrizione la leggono anche gli esseri umani a cui mandi il link.
Come si controlla in due minuti
- Apri
iltuosito.it/llms.txt. Se risponde, ce l’hai. - Cerca tre o quattro delle tue pagine più importanti e leggi la descrizione. Se finisce a metà frase, se comincia con «Come abbiamo visto», se è un pezzo di CTA, è da riscrivere.
- Si riscrive dal campo Estratto dell’articolo, in fondo alla colonna laterale dell’editor. Due righe che dicono cosa risolve la pagina.
- Controlla che non ci finisca roba che non vuoi in giro: pagine di servizio, archivi vuoti, tassonomie che non usi. Nelle impostazioni del modulo si sceglie cosa includere.
Come si misura, e cosa resta invisibile
Questa è la domanda che arriva sempre per ultima e che dovrebbe arrivare per prima, perché determina se il lavoro si può valutare o solo raccontare. La risposta onesta al momento è: si misura poco, in modo diverso su ogni piattaforma, e su alcune non si misura affatto.
Google: impression, e per ora solo quelle
Da giugno 2026 Search Console ha un rapporto dedicato alle funzionalità AI generative, per la Ricerca e per Discover. Copre AI Overviews e AI Mode; gli esperimenti di Search Labs restano fuori. Va saputo prima di aprirlo che espone solo le impression: quante volte i link al sito sono stati mostrati dentro una funzionalità generativa. Niente clic, niente CTR, niente posizione media. Le dimensioni disponibili sono pagine, paesi, dispositivi e date; le query non ci sono.
Due dettagli che cambiano la lettura dei numeri. L’aggregazione del grafico è per proprietà: se due pagine dello stesso sito compaiono nella stessa risposta, contano come una impression sola. E il rapporto sta arrivando a un sottoinsieme di siti — «We’re rolling out this report to a subset of website owners» — quindi se non lo vedi non hai sbagliato niente. Nel frattempo quei dati restano comunque dentro il rapporto sulle prestazioni complessivo, sotto il tipo di ricerca «Web», come è sempre stato.
Bing: le citazioni, che Google non dà
Bing Webmaster Tools ha aperto in anteprima pubblica, il 10 febbraio 2026, una sezione AI Performance che misura una cosa diversa e più vicina alla domanda vera: le citazioni. Quante volte il sito è stato citato in una risposta di Microsoft Copilot, nei riassunti AI di Bing e in alcune integrazioni partner, quali URL, e con quali grounding queries — cioè le formulazioni che hanno portato il sistema a recuperare quel contenuto.
Dal 16 giugno 2026 si sono aggiunte quattro viste: Intents (la classificazione delle grounding queries per tipo di intento), Topics (gli aggregati tematici), Citation Share — la percentuale di citazioni che vanno a te sul totale delle citazioni mostrate per quella stessa query, che è il dato più vicino a una quota di mercato che esista oggi su questo terreno — e Compare, per sovrapporre due periodi.
Con un limite dichiarato da Microsoft e da tenere presente: «The data shown represents a sample of overall citation activity». È un campione, non un censimento. La quota di mercato di Bing in Italia è quella che è, ma per adesso è l’unico posto in cui si vede la parola «citazione» accanto a un numero, e vale la pena collegare la proprietà anche solo per quello.
ChatGPT, Claude, Perplexity: nessun rapporto
Non esiste una console per publisher. L’unica traccia che lasciano è il referral, quando qualcuno clicca il link nella risposta e arriva sul sito: in analytics compaiono come sorgenti a sé. È un dato reale ma parziale per costruzione, perché misura solo le citazioni che hanno prodotto un clic — e il senso di una risposta generativa è spesso proprio che il clic non serve.
| Dove | Cosa puoi vedere | Cosa non puoi vedere |
|---|---|---|
| Google Search Console | Impression in AI Overviews e AI Mode, per pagina, paese, dispositivo, data | Clic, CTR, posizione, query |
| Bing Webmaster Tools | Citazioni, URL citati, grounding queries, quota di citazione, confronto fra periodi | Il totale reale: i dati sono un campione |
| ChatGPT, Claude, Perplexity | Solo i referral in analytics, se l’utente clicca | Tutto il resto: citazioni senza clic, query, contesto |
| Log del server | Quali bot passano davvero, quanto spesso e su quali pagine | Cosa ne fanno dopo |
L’ultima riga è quella che consiglio di non saltare: i log del server sono l’unica fonte che hai tu e che nessuno può ridimensionare. Sapere quali bot passano, con che frequenza e dove, è anche il modo per accorgersi che una regola scritta sei mesi fa sta ancora bloccando qualcosa che nel frattempo hai deciso di lasciar passare.
Cosa fare davvero, su un sito WordPress
Otto cose, in ordine di rapporto fra risultato e fatica. Le prime tre valgono da sole più delle altre cinque messe insieme.
- Verifica di essere indicizzato. È il requisito d’ingresso scritto nella documentazione, ed è anche il punto in cui si ferma la maggior parte dei siti. In Search Console, il rapporto sull’indicizzazione delle pagine: la domanda non è quante pagine sono indicizzate, ma quali no e perché. Se una pagina non è in indice, non esiste nessuna ottimizzazione generativa che la faccia comparire in una risposta. E il motivo per cui una pagina non entra in indice è quasi sempre lo stesso: nessun percorso del sito porta fin lì.
-
Controlla di non aver vietato lo snippet. Un
nosnippet, unmax-snippettroppo stretto o undata-nosnippetmesso anni fa su un template escludono la pagina dalle risposte generate anche se è perfettamente indicizzata. È un controllo di trenta secondi che quasi nessuno fa. - Rispondi nelle prime righe, e in modo autosufficiente. Il primo paragrafo, staccato dal resto e letto da solo, deve rispondere alla domanda. Vale per la sezione centrale come per l’apertura: ogni blocco dovrebbe reggersi in piedi da solo. È il controllo numero 5 della checklist SEO on-page, ed è il punto in cui SEO e GEO chiedono esattamente la stessa cosa con più insistenza.
- Metti dentro le prove. È l’indicazione con la base sperimentale più solida che esista sull’argomento: dati, cifre, citazioni testuali, riferimenti verificabili alla fonte primaria. Non per compiacere un modello — perché è quello che rende un testo citabile, da una macchina come da una persona.
-
Decidi i bot uno per uno. Apri il
robots.txt, guarda gli elenchi ufficiali e distingui i tre scopi. Su WordPress il file è virtuale finché non ne crei uno vero: si modifica dal plugin SEO oppure creandolo nella radice. Se hai una CDN davanti, la decisione vera è lì, non nel file. Sulla differenza fra ciò cherobots.txtpuò e non può fare — nel controllo sullo scraping ho scritto perché contro chi copia non serve a niente — il punto qui è opposto: con i bot dichiarati funziona, ed è l’unico strumento che hai. -
Apri il tuo
llms.txte leggilo. Due minuti, la procedura è qui sopra. Se le descrizioni sono frammenti, si sistemano dal campo Estratto. - Non trascurare la velocità. Un bot ha un tempo massimo di attesa come qualunque altro client, e una pagina che non risponde non viene letta. Le sei cause reali di un sito lento sono in sito lento: cause e soluzioni, la prima della lista è quasi sempre quella che nessuno guarda e gli interventi su cache e peso delle risorse sono in lazy loading, caching e minificazione.
- Mettilo nel giro periodico. Le impostazioni cambiano da sole — cambia il plugin, cambia il default della CDN, esce un bot nuovo. Questo controllo sta bene nel blocco trimestrale del piano di manutenzione, accanto alla versione di PHP e all’audit dei plugin.
Se stai partendo da zero con un sito nuovo, i punti 1, 2 e 5 vanno fatti il primo giorno, insieme al resto delle impostazioni che si decidono una volta sola: sono nella guida al primo setup di WordPress, e sono la categoria di scelte che, se restano al valore predefinito, ci si accorge di avere sbagliato molto tempo dopo.
Quattro cose da non fare
- Comprare un «pacchetto GEO» che promette posizioni nelle risposte AI. Non esiste una posizione da occupare e non esiste un pannello dove comprarla. Chi promette un risultato misurabile su una superficie che non espone metriche sta promettendo una cosa che non può nemmeno dimostrare di aver fatto.
- Riscrivere il sito «per l’AI». Frasi tutte corte, elenchi puntati ovunque, paragrafi spezzati in briciole: è la lettura sbagliata del consiglio sulla struttura, e Google ha scritto che spezzettare non serve. Un testo che nessuno riesce a leggere fino in fondo non diventa più citabile perché è più facile da tagliare a pezzi.
- Riempire di keyword pensando che tanto un modello non se ne accorga. Nell’unico esperimento pubblico su questo, il keyword stuffing è finito sotto il testo di partenza. È l’unica tecnica del vecchio repertorio che risulta attivamente controproducente.
- Bloccare tutto per prudenza, o non decidere per pigrizia. Sono due modi diversi di non scegliere. La decisione ha tre pezzi — addestramento, ricerca, visita su richiesta — e si può rispondere in modo diverso a ciascuno.
Quindi: GEO o SEO?
Non è un versus, ed è il motivo per cui il titolo di questa pagina è una domanda mal posta a cui vale comunque la pena rispondere: la domanda mal posta è quella che la gente fa davvero.
La risposta è che la SEO fatta bene è già quasi tutta la GEO, e la documentazione di Google lo dice in modo così esplicito da togliere spazio all’interpretazione. Quello che si aggiunge davvero sono tre cose che prima non c’erano: scrivere passaggi che reggono da soli, decidere consapevolmente chi può leggere il sito, e accettare di misurare con strumenti parziali un fenomeno che non si vedeva affatto fino a un anno fa.
La sigla serve solo a ricordare che quelle tre cose ora vanno guardate. Se un giorno spariscono dal vocabolario e restano nel mestiere, sarà il segno che il passaggio è finito — come è successo, a suo tempo, con «SEO mobile».
Domande frequenti
La GEO sostituisce la SEO?
No, e non è una posizione prudente: è quello che c’è scritto nella documentazione di Google, secondo cui non servono requisiti aggiuntivi né ottimizzazioni speciali per comparire nelle AI Overviews o in AI Mode. Il requisito per entrare nelle risposte generate è essere indicizzati e ammessi a mostrare uno snippet, cioè il risultato di una SEO fatta bene.
Devo creare un file llms.txt?
Non come strategia: è una proposta, non uno standard, e Google dichiara che la Ricerca non lo usa. Ma se hai un plugin SEO recente probabilmente ne stai già pubblicando uno senza saperlo, e in quel caso conviene aprirlo e controllare che le descrizioni abbiano senso. Un file che descrive male le tue pagine è peggio di nessun file.
Come faccio a sapere se il mio sito viene citato dalle AI?
In parte. Search Console ha un rapporto sulle funzionalità AI generative che mostra le impression in AI Overviews e AI Mode, ma non i clic né le query, ed è ancora in distribuzione parziale. Bing Webmaster Tools mostra le citazioni vere in Copilot, su un campione. ChatGPT, Claude e Perplexity non offrono nessun rapporto: di loro vedi solo i referral in analytics, quando qualcuno clicca.
Conviene bloccare i crawler dell’AI?
Dipende da quale, e la domanda va spezzata in tre. Bloccare i bot di addestramento è una scelta legittima e non ha effetti sulla ricerca. Bloccare i bot di ricerca — OAI-SearchBot, PerplexityBot, Claude-SearchBot — significa uscire dalle risposte con link di quelle piattaforme, e di solito viene fatto per errore, credendo di bloccare l’addestramento. I fetcher che agiscono su richiesta dell’utente, in parte, non rispettano robots.txt per dichiarazione dei loro stessi produttori.
I dati strutturati aiutano a farsi citare?
Non per questo. Google scrive che i dati strutturati non sono richiesti per la ricerca generativa e che non esiste un markup schema.org speciale da aggiungere. Restano utili per tutto il resto — risultati avanzati, disambiguazione dell’entità, coerenza dei dati fra le pagine — quindi non è un motivo per toglierli, solo per non venderli come la leva sbagliata.
Google-Extended mi toglie dalle AI Overviews?
No. Riguarda l’addestramento dei modelli Gemini e il grounding delle app Gemini, e la documentazione precisa che non incide sull’inclusione del sito in Google Search. Siccome AI Overviews e AI Mode fanno parte della Ricerca, per uscire da lì serve il controllo dedicato in Search Console, alla voce Search generative AI.
Se preferisci che me ne occupi io
Le cose descritte qui sono in gran parte verifiche, non progetti: si fanno in una mattinata e poi vanno rifatte ogni tanto. Se hai un sito WordPress e vuoi sapere se è indicizzato davvero, cosa dicono di lui i file che genera da solo e quali bot sta lasciando entrare o tenendo fuori senza che tu l’abbia deciso, scrivimi: guardo il sito e ti dico cosa c’è da sistemare, in ordine di importanza.

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